Messaggio Subliminale

scritto da violadive il mercoledì, 27 giugno 2007,16:35
IT TAKES TWO TO TANGO
2 di picchechi ha orecchie per intendere intenda
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... Continua ..."Pronto per le mie Ragazze" - Capitolo VI

scritto da violadive il lunedì, 25 giugno 2007,22:20

Episodio precedente qui

prigioniera

La mattina del decimo giorno ha il sapore rancido di una confessione a lungo rimandata.

Davanti ad una tazza di caffè nero fumante, Fiona racconta alle ragazze come è cominciato per lei quel Gioco.

“E’ stato quasi dieci anni fa, a quel tempo ero solo una tirocinante con tanta voglia di imparare e uno stipendio misero con cui mantenermi gli studi. Nonostante la mia sia una famiglia decisamente benestante il mio rapporto con il denaro è sempre stato estremamente conflittuale. Non osavo chiedere aiuto ai miei genitori e nello stesso tempo quel poco che guadagnavo mi bastava appena per pagarmi l’affitto. Per questo motivo cercavo di fare il maggior numero possibile di attività complementari al mio lavoro e, soprattutto, remunerative.

Quella sera ero di turno al call center di un numero verde di sostegno psicologico per donne maltrattate, aperto e gestito da una fondazione senza scopo di lucro.

Risposi alla chiamata di una donna, mi disse che abitava con il marito, la figlia di quattro anni e la suocera. In un primo momento pensai si trattasse del classico caso di nuora scontenta del rapporto conflittuale con la madre del marito. Stavo quasi per congedarla, dicendole che il nostro numero era specifico per i soli casi di violenze familiari, ma qualche cosa nel tono della sua voce mi spinse a proseguire quella conversazione. Sentivo una profonda disperazione in quella donna.

“Mia figlia Clara è cieca dalla nascita – mi disse – ed è solo colpa mia. Durante la gravidanza, quando ancora non sapevo di essere incinta, facevo uso di droga, eroina per l'esattezza. Avevo conosciuto Andrea, mio marito, in un centro di recupero per tossicodipendenti, lui vi lavorava come volontario. Ci scoprimmo a poco a poco, lui sembrava così dolce e premuroso con me. Mi stava accanto senza chiedermi niente e quando stavo male passava tutta la notte al mio fianco a cantare per me le sue canzoni accompagnandole con la chitarra. Una sera facemmo l’amore e fu perfetto. Il mattino dopo lui doveva sarebbe partito per tre settimana di vacanza, nella casa in campagna di sua madre.

Mi promise che sarebbe tornato da me, mi avrebbe guarita e portata via da quell’inferno.

Sedici giorni dopo ebbi una crisi di astinenza molto forte, senza di lui mi sentivo inutile, disperata e ci ricascai. Firmai il foglio di uscita e corsi a cercare il mio vecchio contatto. L’ultimo ricordo di quel giorno è un lampo di luce violenta mentre l’eroina mi scivolava nelle vene del braccio. Poi il buio.

Mi risvegliai in ospedale: overdose.

Un infermiere privo di tatto mi guardò con disprezzo: “Stava quasi per uccidere se stessa e il bambino che porta in grembo – mi disse - forse sarebbe stato meglio così per questa povera creatura”.

Piansi tutte le lacrime che avevo dentro e quando Andrea venne a trovarmi di me restava solo l’involucro, vuoto, eppure così pieno.

Mi sposò senza fare domande, sapeva che la bambina era sua figlia ma non mi guardò mai più con gli stessi occhi e non cantò mai più per me.

Andammo a vivere da sua madre e incominciò il mio nuovo inferno. Quella donna mi considerava un rifiuto capitato per errore nella loro vita e faceva di tutto per ricordarmi il suo disprezzo.

Lentamente riuscì a convincermi di essere una persona orribile e quando Clara venne al mondo mi privò del mio ruolo di madre, occupandosi lei sola della bambina. Io la lasciai fare perchè avevo troppa paura di seminare in mia figlia il germe del mio male. Presto capimmo che Clara era cieca, probabilmente a causa dello choc subito dall’overdose. Andrea era come un burattino nelle mani di sua madre, viveva in sua totale adorazione e tentava in tutti i modi di recuperare la delusione che le aveva dato sposandomi, pur di compiacerla arrivava al punto di ignorarmi, di non rivolgermi la parola per giorni.

Lui, Clara e mia suocera dormivano al piano superiore della villa, io ero relegata in una piccola stanza isolata. Lontana da mia figlia, che neppure mi chiamava mamma, caddi in una profonda depressione. Un giorno Andrea tornò a casa prima dal lavoro perchè lui e sua madre avevano una notizia da comunicarmi: avrebbero mandato Clara in un centro per bambini non vedenti, il più possibile lontana da me e desideravano che io me ne andassi di casa per sempre, che sparissi dalla loro vita e da quella di mia figlia per non farmi mai più vedere. Mi offrirono dei soldi in cambio del mio eterno silenzio, non avrei mai dovuto cercarli.

Io mi sentii mancare, ero distrutta, allora finsi di essere d’accordo. Aspettai che loro si allontanassero insieme, in cucina, e andai in camera di Clara. Portai con me una bottiglia piena di acqua e candeggina: non avrei mai lasciato che mia figlia finisse nelle loro mani, non potevo lasciare che quella donna facesse di lei un suo piccolo clone.

Chiesi a Clara di bere e lei mi ubbidì, guardai morire mia figlia, la vidi piangere per il bruciore del soffocamento, la vidi chiudere quegli occhi già spenti, stai tranquilla Clara presto sarà finita, è solo un po’ di dolore concentrato in un unico istante per non soffrire mai più. Quando portai la bottiglia alle mia labbra Andrea irruppe nella stanza. Fece appena in tempo a fermarmi ma per Clara non c’era più niente da fare.

Non ci fu nessuna ambulanza, nessuna sirena della polizia, nessun processo.

Solo il buio della cantina in cui sono rinchiusa.

Non so che cosa ne hanno fatto del corpo di mia figlia.

Quello che so è ciò che hanno fatto del mio corpo, e della mia mente.

All’inizio li imploravo ogni giorno di lasciarmi andare, persi la voce a furia di gridare aiuto.

Poi mi rassegnai. Capii che quella era la giusta punizione per ciò che avevo fatto: rimanere per sempre reclusa, in questa cantina fredda e buia come gli occhi di mia figlia, a pensare a lei.”

Le parole di quella donna mi infiammavano l’orecchio appoggiato alla cornetta del telefono, non riuscivo a capire. Era rinchiusa? Dove? E come mai allora mi stava telefonando? Mille domande mi ruotavano nella testa ma non riuscii a pronunciare nemmeno una sillaba perché lei mi lesse nel pensiero precendomi.

“Pochi minuti fa Andrea è venuto a portarmi la cena, prima di uscire per il turno di notte al lavoro, nella fretta il cellulare gli è scivolato dalla tasca. Ogni giorno mi porta anche delle pagine di giornale, solo quelle di cronaca nera, dice che così sarò in buona compagnia.

Ho aspettato di sentire il suono della chiave che mi chiudeva ancora qui dentro e il rumore dei pneumatici della sua auto sulla ghiaia.

Poi ho preso il cellulare e ho chiamato il vostro numero che era reclamizzato sul giornale.Mi aiuti, la prego.”

“Mi dica dove si trova. Mi dica il suo nome”

“Mi chiamo Rosa”

“Rosa, dimmi dove ti trovi”

Lei taceva, poi mi dettò un numero di telefono “Chiamali, digli che Rosa ha paura. Digli che Rosa non riuscirà a terminare la sua partita. Digli che lo farai tu al posto mio, che farai risorgere mia figlia”

“Rosa, non capisco, ti prego, dimmi dove ti trovi”

“No, lui presto si accorgerà del telefono e allora mi uccideranno, ma tu devi chiamare quel numero, per Clara, ti prego, giura che mi aiuterai, giuralo”

"Lo giuro"

Lei interruppe la conversazione.

 
Non sapevo cosa fare, dovevo avvertire la polizia? Forse. Eppure fui una sciocca, e chiamai quel numero. Mi rispose una voce di donna, le dissi esattamente quello che Rosa mi aveva chiesto di dire. La donna all’altro capo della cornetta tacque per qualche secondo, poi mi disse che avrebbe lasciato una busta per me alla reception dell’Hotel Milano, avrei dovuto dire al Concierge che mi chiamavo Fiona e lui avrebbe capito.”

 
“E tu ci sei andata?” fu Kim la prima a parlare.

 
“Sì. Mi tremavano le ginocchia, ma ci andai comunque. Non lo so cosa pensavo, forse speravo di trovarci qualche indizio in più da fornire alla polizia. Invece la busta conteneva un grosso plico di fotocopie rilegate e sigillate: il regolamento del Gioco, e un bigliettino con scritto “Benvenuta Fiona, per salvarla devi giocare con noi. Se la risposta è positiva leggi il regolamento, domani alla stessa ora torna all’Hotel e presentati al Concierge come Fiona, lui ti dirà cosa fare. Se la risposta è negativa riporta subito la busta all’Hotel e dimenticati da noi, noi non ci dimenticheremo di te. Se apri il plico senza giocare noi ti troveremo”.


E così ho giocato."

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Back from near Africa

scritto da violadive il lunedì, 25 giugno 2007,09:29
Sono tornata dalla Siculia.
Appena mi passa il trauma da rientro mi metto all'opera.
Un baciuz
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Beata quella spusa che la prima l'è na tusa

scritto da violadive il giovedì, 14 giugno 2007,14:36
Mio nonno materno coltivava la terra. Voleva il figlio maschio per metterlo lì a zappare. Ha avuto due femmine che di zappare nemmeno per le balle.

Mio nonno paterno è profondamente convinto che avere una figlia primogenita sia una benedizione del cielo, perchè accudirà la casa, aiuterà la mamma nelle faccende e coccolerà il papà portandogli le ciabatte e pendendo dalle sue labbra. Ovviamente ha avuto due maschi e mia zia, che piuttosto che lavare i piatti si calava col lenzuolo dal quarto piano tipo Manolo.

In realtà, fosse per mio nonno, il massimo sarebbe stato avere solo figlie femmine: un pollaio.

Ma io dico, ma lo sapete voi com'è abitare in una famigia di sole donne?
Io lo so.
Lo so bene perchè a casa mia ci sono solo due maschi: mio papà e Albano.

Capire chi è mio papà è facile. Albano, invece, è il cocorito maniaco sessuale di mia sorella.
Albano in pincipio si chiamava Rosangela, ma quando ha raggiunto la pubertà e ha iniziato a copulare con tutte le cocorite femmine della voliera e a fischiare ogni volta che una di noi passava davanti alla gabbia, abbiamo capito che, non solo era un maschio, ma aveva anche un appetito sessuale decisamente sviluppato.
Da qui, e dai numerosi figli che ha avuto con mogli diverse, è stato ribattezzato Albano.

Ora, c'è da dire che mio padre e Albano, soli soletti, ciascuno nel proprio pollaio, ci si trovano proprio bene, nonostante le numerosissime e incomprensibili zuffe che esplodono improvvise tra noi ragazze.

Ci si trovano talmente bene che si sono alleati per sterminare ogni altro essere di sesso maschile che osi avvicinarsi alla loro proprietà, venisse anche solo a lasciare giù la posta.

Domani sera siete tutti invitati a partecipare al rosario in onore della dipartita dell'ultimo moroso di mia sorella. Come al solito si inizia alle otto, pinacolada e pizzette le offre la casa.
Dress code: Hawaiano.

In sua memoria mi sento oggi di dire due parole:

"Tu, ragazzo che hai osato entrare in casa nostra, nel varesotto, baluardo della Lega Lombarda, in canottiera, lampadato, con le sopracciglie strappate, i capelli con le meches e una lievissima cadenza napoletana. Hai tentato di portare in giro mia sorella su un motorino truccato e senza casco. Le hai messo le mani sotto la maglietta a meno di 800 metri di distanza di sicurezza da mio padre. Omettendo per un istante che le arrivi a malapena all'altezza dell'ombelico e che le hai regalato una tua foto in mutande stile Poggioreale Dream Man, omettendo che la seguente foto figura in bellavista sullo specchio del bagno come a provocare ogni mattina la furia cieca di mio padre. Omettendo pure che tua madre chiama mia sorella di 17 anni "sua nuora" e che insiste sul chiederle quando le darà il primo nipotino. Ma che cosa ti aspettavi? Che una volta fatta la patente mio padre ti lasciasse vivo?"



Tamarro
categoria: prosa
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PARTITI - Movimenti politici che nonostante il nome sono ancora qui

scritto da violadive il mercoledì, 13 giugno 2007,16:35
Oggi ho deciso che faccio politica, quindi mi accuccio qui ben nascosta nel mio angolino caldo e beato e mi porto a casa la pagnotta, se proprio mi annio tra un'oretta metto lo smalto sulle unghie dei piedi mentre telefono alla Pucci.
categoria: politically scorrect
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