Messaggio Subliminale
chi ha orecchie per intendere intenda
chi ha orecchie per intendere intendaEpisodio precedente qui

La mattina del decimo giorno ha il sapore rancido di una confessione a lungo rimandata.
Davanti ad una tazza di caffè nero fumante, Fiona racconta alle ragazze come è cominciato per lei quel Gioco.
Quella sera ero di turno al call center di un numero verde di sostegno psicologico per donne maltrattate, aperto e gestito da una fondazione senza scopo di lucro.
Risposi alla chiamata di una donna, mi disse che abitava con il marito, la figlia di quattro anni e
“Mia figlia Clara è cieca dalla nascita – mi disse – ed è solo colpa mia. Durante la gravidanza, quando ancora non sapevo di essere incinta, facevo uso di droga, eroina per l'esattezza. Avevo conosciuto Andrea, mio marito, in un centro di recupero per tossicodipendenti, lui vi lavorava come volontario. Ci scoprimmo a poco a poco, lui sembrava così dolce e premuroso con me. Mi stava accanto senza chiedermi niente e quando stavo male passava tutta la notte al mio fianco a cantare per me le sue canzoni accompagnandole con
Mi promise che sarebbe tornato da me, mi avrebbe guarita e portata via da quell’inferno.
Sedici giorni dopo ebbi una crisi di astinenza molto forte, senza di lui mi sentivo inutile, disperata e ci ricascai. Firmai il foglio di uscita e corsi a cercare il mio vecchio contatto. L’ultimo ricordo di quel giorno è un lampo di luce violenta mentre l’eroina mi scivolava nelle vene del braccio. Poi il buio.
Mi risvegliai in ospedale: overdose.
Un infermiere privo di tatto mi guardò con disprezzo: “Stava quasi per uccidere se stessa e il bambino che porta in grembo – mi disse - forse sarebbe stato meglio così per questa povera creatura”.
Piansi tutte le lacrime che avevo dentro e quando Andrea venne a trovarmi di me restava solo l’involucro, vuoto, eppure così pieno.
Mi sposò senza fare domande, sapeva che la bambina era sua figlia ma non mi guardò mai più con gli stessi occhi e non cantò mai più per me.
Andammo a vivere da sua madre e incominciò il mio nuovo inferno. Quella donna mi considerava un rifiuto capitato per errore nella loro vita e faceva di tutto per ricordarmi il suo disprezzo.
Lentamente riuscì a convincermi di essere una persona orribile e quando Clara venne al mondo mi privò del mio ruolo di madre, occupandosi lei sola della bambina. Io la lasciai fare perchè avevo troppa paura di seminare in mia figlia il germe del mio male. Presto capimmo che Clara era cieca, probabilmente a causa dello choc subito dall’overdose. Andrea era come un burattino nelle mani di sua madre, viveva in sua totale adorazione e tentava in tutti i modi di recuperare la delusione che le aveva dato sposandomi, pur di compiacerla arrivava al punto di ignorarmi, di non rivolgermi la parola per giorni.
Lui, Clara e mia suocera dormivano al piano superiore della villa, io ero relegata in una piccola stanza isolata. Lontana da mia figlia, che neppure mi chiamava mamma, caddi in una profonda depressione. Un giorno Andrea tornò a casa prima dal lavoro perchè lui e sua madre avevano una notizia da comunicarmi: avrebbero mandato Clara in un centro per bambini non vedenti, il più possibile lontana da me e desideravano che io me ne andassi di casa per sempre, che sparissi dalla loro vita e da quella di mia figlia per non farmi mai più vedere. Mi offrirono dei soldi in cambio del mio eterno silenzio, non avrei mai dovuto cercarli.
Io mi sentii mancare, ero distrutta, allora finsi di essere d’accordo. Aspettai che loro si allontanassero insieme, in cucina, e andai in camera di Clara. Portai con me una bottiglia piena di acqua e candeggina: non avrei mai lasciato che mia figlia finisse nelle loro mani, non potevo lasciare che quella donna facesse di lei un suo piccolo clone.
Chiesi a Clara di bere e lei mi ubbidì, guardai morire mia figlia, la vidi piangere per il bruciore del soffocamento, la vidi chiudere quegli occhi già spenti, stai tranquilla Clara presto sarà finita, è solo un po’ di dolore concentrato in un unico istante per non soffrire mai più. Quando portai la bottiglia alle mia labbra Andrea irruppe nella stanza. Fece appena in tempo a fermarmi ma per Clara non c’era più niente da fare.
Non ci fu nessuna ambulanza, nessuna sirena della polizia, nessun processo.
Solo il buio della cantina in cui sono rinchiusa.
Non so che cosa ne hanno fatto del corpo di mia figlia.
Quello che so è ciò che hanno fatto del mio corpo, e della mia mente.
All’inizio li imploravo ogni giorno di lasciarmi andare, persi la voce a furia di gridare aiuto.
Poi mi rassegnai. Capii che quella era la giusta punizione per ciò che avevo fatto: rimanere per sempre reclusa, in questa cantina fredda e buia come gli occhi di mia figlia, a pensare a lei.”
Le parole di quella donna mi infiammavano l’orecchio appoggiato alla cornetta del telefono, non riuscivo a capire. Era rinchiusa? Dove? E come mai allora mi stava telefonando? Mille domande mi ruotavano nella testa ma non riuscii a pronunciare nemmeno una sillaba perché lei mi lesse nel pensiero precendomi.
“Pochi minuti fa Andrea è venuto a portarmi la cena, prima di uscire per il turno di notte al lavoro, nella fretta il cellulare gli è scivolato dalla tasca. Ogni giorno mi porta anche delle pagine di giornale, solo quelle di cronaca nera, dice che così sarò in buona compagnia.
Ho aspettato di sentire il suono della chiave che mi chiudeva ancora qui dentro e il rumore dei pneumatici della sua auto sulla ghiaia.
Poi ho preso il cellulare e ho chiamato il vostro numero che era reclamizzato sul giornale.
“Mi dica dove si trova. Mi dica il suo nome”
“Mi chiamo Rosa”
“Rosa, dimmi dove ti trovi”
Lei taceva, poi mi dettò un numero di telefono “Chiamali, digli che Rosa ha paura. Digli che Rosa non riuscirà a terminare la sua partita. Digli che lo farai tu al posto mio, che farai risorgere mia figlia”
“Rosa, non capisco, ti prego, dimmi dove ti trovi”
“No, lui presto si accorgerà del telefono e allora mi uccideranno, ma tu devi chiamare quel numero, per Clara, ti prego, giura che mi aiuterai, giuralo”
"Lo giuro"
Lei interruppe la conversazione.
Non sapevo cosa fare, dovevo avvertire la polizia? Forse. Eppure fui una sciocca, e chiamai quel numero. Mi rispose una voce di donna, le dissi esattamente quello che Rosa mi aveva chiesto di dire. La donna all’altro capo della cornetta tacque per qualche secondo, poi mi disse che avrebbe lasciato una busta per me alla reception dell’Hotel Milano, avrei dovuto dire al Concierge che mi chiamavo Fiona e lui avrebbe capito.”
“E tu ci sei andata?” fu Kim la prima a parlare.
“Sì. Mi tremavano le ginocchia, ma ci andai comunque. Non lo so cosa pensavo, forse speravo di trovarci qualche indizio in più da fornire alla polizia. Invece la busta conteneva un grosso plico di fotocopie rilegate e sigillate: il regolamento del Gioco, e un bigliettino con scritto “Benvenuta Fiona, per salvarla devi giocare con noi. Se la risposta è positiva leggi il regolamento, domani alla stessa ora torna all’Hotel e presentati al Concierge come Fiona, lui ti dirà cosa fare. Se la risposta è negativa riporta subito la busta all’Hotel e dimenticati da noi, noi non ci dimenticheremo di te. Se apri il plico senza giocare noi ti troveremo”.
E così ho giocato."
