Siediti.
E guarda fuori dalla finestra.
Radi al suolo palazzi e tralicci, e abbatti i campanili e gli alberi troppo alti, vai lontano.
Ritorna in quel posto che vedevi quando eri piccola, ti ricordi? Quando non aspettavi altro che un viaggio in automobile per sederti dietro tua madre e tornare laggiù? Quello che vedevi fuori dal finestrino non era forse solo nei tuoi occhi? E tua sorella accanto a te non vedeva forse altri paesaggi? Erano diversi perché erano i suoi paesaggi.
Chi lo sa dov’era il tempo in quei momenti, chi lo sa perché sembrava fermarsi accondiscendente per ore.
Lascia correre, lascia ancora scorrere come facevi allora. Nessuna distrazione, vita in perfetto isolamento acustico. Davvero non sentivi, ricordi?
E poi ti chiedi ancora perché non ti ricordi mai di strade già percorse?
E ti stupisci ancora di esserti persa nel tuo stesso quartiere il primo giorno di patente?
Ma tu non hai mai guardato quelle strade, non hai mai dovuto farlo.
Potevi sognare sul sedile posteriore. E di quel mondo che ti girava in testa ricordi ogni angolo, come un lungo film, come i racconti che ti scrivi in testa quando attraversi a piedi il ponte Adolph, e ti risvegli solo quando arrivi al centro e la corrente ascensionale ti solleva i capelli e senti frusciare forte le foglie del grund, non importa quanto rumore possano fare gli autobus.
E poi ti chiedi come sia possibile che tu senta quel fruscio quando hai sempre le cuffie dell’i-pod nelle orecchie. Come fai a ricordare così bene i rumori della città?
E se fosse tutto nella tua testa? E se fosse un altro tuo film?
Ma il profumo dell’erba bagnata dei parchi ti spacca le narici tanto è violento, e gli orti nella valle ti fanno piangere ancora, come quanto andavi a correre nel parco della Petrusse la mattina che era ancora buio. E con te c’era lei, e tu adesso non le parli. Lei è stata cattiva, dura e tu ancora ti chiedi come si possa essere così rigide a centinai di chilometri da casa. Come si fa a conservare così tanta acidità nel paese delle favole? E pensi al muso duro e alla voce severa che ti faceva certe sere, e pensi a certi suoi pianti, inaspettati come gli uragani di agosto E le confessioni aspre che ti faceva, quando tu ancora non eri riuscita ad ammorbidirti in faccia un sorriso.
E pensi che avevi paura di lei, che forse una persona così instabile ti faceva male, pensi all’odore di legno della tua cameretta piccola dai muri sottili, pensi che non avevi il calorifero ma sentivi lo stesso tanto caldo, e non hai più sentito così caldo in nessun posto.
Forse era perché lì ti sentivi al sicuro dal pericolo.
E pensi alla paura di alzarti di notte per andare in bagno, perché temevi di incontrarla, e il cuore ti batteva in gola e i piedi freddi e scalzi.
E poi le lezioni di francese nell’i-pod e i mille autobus presi verso Merl, e il parco dell’Ateneo attraversato a passi svelti. E quell’albero dove vivevano migliaia di uccelli, quanta paura ti faceva passarci sotto. Le chiome di quell’albero che continuavano a cambiare, perché non c’erano foglie ma solo ali che sbattevano, di corvi neri e passerotti e chissà cos’altro ancora, e tutto quello sbattere faceva vibrare l’aria che te li sentivi come api nelle orecchie. Proprio tu dovevi passarci sotto, proprio tu che hai il terrore di tutto ciò che vola.
Ma non è solo questo che ti rimane di tanti mesi, ci sono gli altri amici, quelli con cui stai bene, quelli con cui riesci ad essere serena, che non ti mettono in imbarazzo, quelli che non urlano nei locali facendosi riconoscere da tutti come italiani. Quelli che ti fanno trovare la spesa fatta quando arrivi dopo due settimane a Milano, quelli che ti prestano i dvd e che si spezzano la schiena per aiutarti in un trasloco, quelli che a braccia e lacrime dal ridere curvano le doghe del letto per farlo passare dalla scala a chiocciola. Quelli del biliardo e della pizza al fragolino. Quelli che ti danno un passaggio da Hahn quando è notte e l’ultima navetta è già partita.
Anche se tu di quel Paese non hai mai fatto parte ora è troppo tardi e non sei più di nessun posto. Sei una fuoriuscita, una turista ovunque tu vada e indietro non puoi tornare.
E non è mai stato così bello sentirsi consapevole e pronta per andare ovunque, perché adesso il mondo non ti fa più paura, perché la cosa più bella è perdersi in un supermercato che ha altre marche sugli scaffali, dove vendono cose che non avevi mai visto e il contenuto è speigato in una lingua sconosciuta.
Perché le voci confuse di una città sono magnifiche quando non capisci di cosa parlano e fanno il rumore di mille ruscelli. Ogni tanto riconosci una parola familiare e giochi a riconoscere se i due che si avvicinano siano italiani come te. Indovini quasi sempre, dai gemelli sui polsini e dai completi Loro Piana, dalla forma delle scarpe e dal modo in cui guardano le donne e gesticolano.
E ti viene voglia di imparare a memoria la piantina della città, i nomi delle strade, e finisci per conoscerla meglio della tua città. E ti muovi con disinvoltura negli aeroporti, come un pendolare in metropolitana, conosci dove i panini sono migliori e per ogni posto dove atterri o decolli hai un particolare preferito: il cheeseburger a Francoforte, il panino al crudo e primo sale di Orio al serio e la libreria di Malpensa, e il negozio dove compri i gemelli delle camicie. I bretzel di Zurigo e la stecca di malboro light a Findel. E non c’è nulla che ti sfugga ormai, che se ti cambiassero un dettaglio non avresti più paura ma solo una fitta al cuore.
E hai smesso di agitarti per ogni valigia da fare e disfare e per le navette da prendere di corsa nelle notti fredde di Francoforte e per i taxi alla stazione che se non ci sono ti tocca fartela a piedi e la lotta con i maleducati per la coda e i posti sui voli ryanair.
E hai smesso di piangere la notte in un qualche hotel, perché ti svegli e non ricordi dove sei, non ricordi neppure dov’è l’interruttore della luce e hai smesso di avere una crisi isterica davanti al concierge perché non ricordi il tuo numero di stanza, perché ne hai cambiate troppe, come quando lavoravi al centro commerciale e non sapevi mai dove avevi parcheggiato la macchina.
Forse adesso ti fa sorridere aver dimenticato di mettere in valigia i calzini e andare a lavorare con quelli di spugna con le giraffe e non accavallare mai le gambe fino alla pausa pranzo, ringraziando dio per H&M e i pacchi di calze nere a soli 3 euro e novantanove.
Adesso sono altre le cose che ti fanno paura.
Hai paura di fallire, hai paura di non essere all’altezza nel tuo lavoro, di dire la cosa sbagliata o di essere troppo stanca per aggiornarti e studiare, hai paura di arrivare in ritardo da un cliente di Lugano perché non c’è mai parcheggio e ti terrorizza l’idea di alzarti una mattina e sentirti come già ti sei sentita: troppo stanca per andare avanti e troppo tardi per tornare indietro. Troppo nauseata e circondata da troppe guerre al testosterone per un posto che non ti interessa. E perché credono che a te interessi? Forse perché fai bene il tuo lavoro per il tuo innato senso del dovere? Forse credono che tu davvero vorresti salire fino in alto e rubargli qualche cosa? Non lo sanno che non ti importa, che tra dieci anni farai altro nella vita e che se solo potessi tornare indietro..
E il tuo lavoro in fondo ti piace, è un modo di guadagnare dei soldi che non ti dispiace, ma non ti porta nessuna felicità, e sono altre le cose nella vita che per te contano.
Perché se hai un difetto è che non hai mai saputo riconoscere i tuoi stessi segnali, perché sei sempre dovuta arrivare al livello massimo di stress, noia e disgusto per capire cosa ti stava succedendo.
Perché sei un’idealista, che mette le cose belle su piedistalli altissimi e un bel giorno crollano, basta un’incrinatura impercettibile. Perché non hai mai accettato nulla al di sotto della perfezione.
E ti odi quando hai l’occasione di stare sola a casa, a fare finalmente ciò che volevi fare da tanto tempo, e aspetti l’ultimo giorno per accendere quel maledetto computer e scrivere.
Non ci sono scuse, non c’è febbre che tenga, c’è solo il fango in cui eri impantanata.
E c’è un viaggio in motorino (ancora), dopo che ti hanno detto “Brava Silvia, sei una di noi e te lo vogliamo dimostrare” dopo che gli hai detto “Sono una di voi, infatti ho rifiutato due offerte d’oro della concorrenza”, c’è quel solito viaggio in motorino nella Milano fredda di dicembre, e il tuo capo che ti dice la solita frase giusta e tu questa volta non rispondi e ti si bagnano gli occhi, che se anche piangi puoi sempre dire che è colpa dell’aria fredda.
C’è lui che ti ha detto con quella voce calma “Io ti guardo e penso che tra poco avrai 28 anni e che già hai una partecipazione azionaria e io che alla tua età non ne avevo e nemmeno pensavo di avrne mai. Chissà allora dove sarai alla mia età”.
E tu che non rispondi e tu che con la voce che trema ti urli dentro che non ti importa che non lo capiscono che vorresti del tempo e non dei soldi o delle azioni o i loro brava, che ti pagassero in tempo, per fare ciò che davvero sogni. Che ogni volta che ti danno di più sorridi e pensi "Questo mi porterà a lavorare di più". Che quando vedi gente soddisfatta dei successi sul lavoro non li capisci e pensi che ti fanno pena se non hanno altro, ma tu che ne sai? E un giorno glielo dirai, ma adesso non puoi permettertelo, perché il tuo tempo gli appartiene e Nicola che ti dice: abbiamo solo due ore al giorno per noi e tu vorresti alzarti da quel divano, prendere un lancia fiamme e radere al suolo questo mondo che ci siamo inventati noi, questa economia, questi ritmi, tutto questo. Ce lo siamo inventati noi e non facciamo altro che lamentarci di come ci siamo ridotti.
Siediti, scosta le tende, e guarda fuori dalla finestra.
Lo sai che le tue nuove paure sono come le vecchie, e come quelle passeranno.
Respira. Tante volte. Respira.